Ogniqualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. Karl Popper |
| Donne di altri paesi. |
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| Scritto da Federica Rubini |
| Sabato 28 Maggio 2011 00:00 |
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Mentre qui in Italia noi donne ci rimbocchiamo le maniche per mettere n moto un cambiamento dell’immagine della donna e per avere maggior peso politico, in altri paesi, come il Pakistan e l’India, la situazione delle donne è dannatamente diversa e catastrofica.
A Heran, Afghanistan, c’è un ospedale specializzato nelle cure delle ustioni. Molte delle persone ricoverate qui, sono donne con gravi ustioni auto inflitte (o fatte passare per tali). Nel 2010, rispetto all’anno precedente, c’è stato un incremento di questi casi del 30%. In questo stato, le scelte per le donne sono limitate ad un'unica soluzione: la famiglia e inoltre non hanno le possibilità di studiare o di scegliere l’uomo da sposare. Il primo ruolo della moglie è quello di servire la famiglia del marito. Secondo una statistica dell’Onu il 45% delle donne afgane si sposa prima dei 18 anni, un’ampia percentuale prima dei 16. Se una donna prova a fuggire viene stuprata, oppure arrestata e riportata a casa e una volta lì, sono molte quelle che vengono uccise a colpi di armi da fuoco, per timore che siano state con altri uomini o lapidate. Le violenze e gli abusi possono essere compiuti da qualsiasi persona vicino ad esse: mariti, cognate, madri, suocere, cugini. Queste donne si danno fuoco nella falsa convinzione che moriranno all’istante. Le poche donne che sopravvivono ad ustioni di questo tipo, a volte decidono di divorziare, rivolgendosi ad avvocati raccomandati dall’ospedale, altre invece, decidono di restare nella condizione in cui erano, prima di essere ricoverate. All’interno di questo ospedale, sono molte le storie che si incontrano: Farzana, 17 anni, dopo aver subito a lungo abusi da parte del marito e della sua famiglia, si è cosparsa di combustibile, dopo aver dato la figlia di 9 mesi in braccio al padre perché non la vedesse bruciare. Quando le fiamme si sono spente, il 58% del suo corpo era ustionato. Dopo aver passato un periodo di degenza in ospedale è tornata da sua madre. Non le è permesso di vedere sua figlia, che viene cresciuta dalla famiglia del marito, ma ha deciso che non può tornare indietro. Hanife, 15 anni, si è data fuoco dopo essere stata percossa dalla suocera; Halima, 20 anni, aveva pensato di gettarsi da un tetto, ma avendo timore di rompersi solo una gamba si è data fuoco. Zada aveva una vita molto dura, prima di essere ricoverata in ospedale per ustioni: il marito era mezzadro, lei di giorno faceva le pulizie nelle case altrui e la notte puliva la sua. Purtroppo lei non ce l’ha fatta: è deceduta inseguito ad una infezione che è dilagata. Fonte: Vanity Fair, n. 47 settimanale del 01 dicembre 2010 A Vrindavan si aggregano donne di ogni parte dell’India, arrivano qui affamate e scheletriche e ormai esse sono diventate 40 milioni, secondo recenti sondaggi, cioè l’ 80% della popolazione femminile indiana, che supera i 50 anni. Queste donne sono tutte vedove. Dopo la morte del consorte vengono messe alla porta dai figli. Nonostante la costituzione non faccia distinzione fra i due sessi, le donne sono soggette al patriarcato. Lo stesso vale per le donne istruite. Queste donne trovano accoglienza negli ashram, dove hanno una piccola stanza per loro, dove sono indipendenti e devono pagare una retta di 750 rupie (pari a 12 euro). L’unico mezzo di sostentamento di queste vedove è la loro pensione estremamente bassa: la minima è di 100 rupie, la media di 200 e la massima di 500 rupie. Il rischio è che i padroni degli ashram, rivendano le giovani vedove ai bordelli, dopo averle sfruttate in festini orgiastici. Fonte: corriere.it del 3 Aprile 2011. Tra il Congo e l’Angola, è nata la prima unità CSI, composta prevalentemente da donne, la loro missione è quella di riaprire le fosse comuni e cercare indizi sugli stupratori che hanno violentato oltre 600 donne, durante un’espulsione di immigrati, in accordo con l’Onu. Si calcola che in Congo, ogni anno, 5 mila donne subiscano violenza. Fonte: Vanity Fair, n. 47 settimanale del 01 dicembre 2010
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