Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. |
| E’ ingiusto chiudere il reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Acri. |
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| Scritto da Francesco Lo Giudice |
| Mercoledì 01 Dicembre 2010 00:00 |
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Vorrei ragionare sulla rappresentazione sociale della sanità; sul fatto che la sanità, più di altri settori sociali, e soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, venga quasi sempre e più che altro rappresentata in maniera negativa; ossia, se ne parli soprattutto per denunciare (giustamente) casi di malasanità, di corruzione e di truffa, per descrivere ciò che non funziona e che andrebbe scongiurato. E’ ancora fresca nella nostra memoria la notizia dei ginecologi che hanno litigato in sala parto all’ospedale di Messina e causato l’invalidità permanente ad un bimbo neonato. Fatto gravissimo e da condannare in giusta proporzione per il danno fisico e morale arrecato alla piccola creatura e alla sua famiglia. Ma mai, o quasi mai, si parla della sanità che cura, che assiste, che accoglie, che previene, che salva vite umane, che guarisce, che lavora, che vince sfide impossibili e migliora la nostra qualità della vita. O quando se ne parla, non lo si fa con la stessa enfasi, non lo si evidenzia, non lo si sbandiera, e la notizia finisce col confondersi nell’universo dei rumori di sottofondo. Lo svolgimento ordinario, dunque, e spesso anche quello eccellente, si svolge nel totale, o quasi, silenzio mediatico della società. Si dirà che è logico che la buona sanità non faccia notizia, perché guarire, curare, assistere è il compito normale a cui istituzioni e attori della sanità sono chiamati. Nessun dossier giornalistico o televisivo, infatti, si vede da tempo sulle strutture ospedaliere o sanitarie che funzionano in Calabria, quasi come se non esistessero. Chi conosce il territorio calabrese sa che, in realtà, di strutture sanitarie funzionanti ne esistono, e come. Parlarne, però, è considerato inutile, enfatizzarle è come prendersi in giro, o peggio fare gli interessi di qualcuno e non di tutti, nella convinzione che il progresso si raggiunga soltanto denunciando ciò che non funzioni, per poterlo superare, una volta e per sempre. Vivendo però in una società fortemente mediata dai mezzi di comunicazione di massa, in cui la rappresentazione della realtà influenza molto la realtà stessa, personalmente credo che il progresso si ri-conquisti e si alimenti anche e soprattutto dando valore e promuovendo le cose che funzionano, per una questione sia di giustizia che di fiducia sociale. Molti di coloro i quali si vanno a curare fuori regione, lo fanno per cure che potrebbero benissimo fare anche qui. Ma spesso non lo sanno. Perché il palcoscenico è quasi sempre della sanità che non funziona, negandolo a chi, invece, lo meriterebbe davvero. In questa ottica, mi sembra giusto riportare quanto accaduto nel mese di maggio di quest’anno nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Acri. Una mia parente S.L., di Bisignano, aveva necessità di essere ricoverata e sottoposta ad intervento per disfunzioni ginecologiche. Dopo essere stata rifiutata da diverse strutture ospedaliere della provincia viene accolta e riverita nell’ospedale di Acri dal personale sanitario che, nel giro di due giorni, decide di sottoporla ad operazione chirurgica. L’operazione è rischiosa. Non solo per la situazione in sé, quanto anche per la obesità ed altre disfunzioni. Il primario, dott. Pietro Verre, decide comunque di intervenire chirurgicamente e, dopo ben otto ore di operazione, la paziente è curata. Ora è a casa e sta bene. Nell’informarmi di questo successo sanitario, venni a sapere di un caso simile: D.A., di Bisignano, altra madre di famiglia; nel 2007, dopo un’operazione per un tumore non riuscita in un altro ospedale, viene salvata sempre ad Acri, dalla stessa equipe medico-chirurgica guidata dal dott. Verre. Anche Lei ora è a casa e sta bene. Decisi di andare a congratularmi con il primario e con la sua equipe, di cui non cito i nomi per non dimenticarne qualcuno e fargli torto. Mi accolsero. Diverse pazienti gravide occupavano le stanze. Pulizia e serenità nel reparto. Il dott. Verre mi spiegò che l’intervento della mia parente, pur rischioso, era andato bene. Ne era giustamente soddisfatto, ed io con Lui. Iniziammo a parlare della sanità in generale. Mi dimostrò, dati alla mano, che nel punto nascita di Acri il ricorso ai tagli cesarei è molto basso (25% nel 2009) con 80 tagli cesarei evitati. Un caso unico in Calabria ed un vero e proprio successo professionale, considerando che: il ricorso medio al taglio cesareo in Italia è stimato intorno al 36 % dei parti; che il costo di un taglio cesareo è nettamente superiore rispetto al parto vaginale e l’evenienza di mortalità della madre in caso di taglio cesareo è da 2 a 7 volte superiore rispetto al parto vaginale; infine che il parto naturale è più vantaggioso a breve e lungo termine sia per la madre che per il neonato. La sanità calabrese è anche questa; ma pochissimi lo sanno. Se ad Acri fosse morta una donna al parto, (cosa naturalmente da scongiurare con tutte le strategie di cui siamo capaci) tutti ne avrebbero parlato. Si sarebbe detto, come si è detto più volte, che i piccoli ospedali andrebbero chiusi, che sono pericolosi e troppo costosi. E’ più facile, del resto (e da noi al Sud è abitudine assai diffusa) additare presunti colpevoli e scaricare su di loro le colpe del malfunzionamento generale. Siamo bravi e pronti a condannare chi sbaglia; meno bravi e meno pronti, invece, a dare valore e coraggio a chi opera virtuosamente, a chi, con estrema fatica, resiste alla corrente del disfattismo generale o vi nuota addirittura in direzione contraria. Questo reparto, dunque, anziché essere valorizzato, promosso ed assunto ad esempio per gli altri presidi sanitari, viene ora mortificato e chiuso per rispondere ad un’esigenza impulsiva e propagandistica di razionalizzazione del sistema sanitario. E’ triste ma del resto è così che funzionano i Paesi corrotti come l’Italia: si va avanti convivendo a fatica tra inefficienze ed ingiustizie, finché non se ne può più ed arriva qualcuno, soprattutto in tempi di crisi, che promette di risanare tutto e subito e con forza, finendo, spesso, con il fare più danni di quanti ne sia stato eletto a risolverne. Ecco perché è un problema di rappresentazione; perché – come recita un saggio proverbio – ‘fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce’, e spesso, nell’impeto di potare i rami secchi, si finisce con il tagliare i rami che portano germogli e frutti. Per queste ragioni sono contrario alla chiusura del reparto di ginecologia ed ostetricia dell’ospedale di Acri, perché ritengo dannose le soluzioni impulsive, indiscriminate, che hanno come obiettivo più quello di saziare una sete improvvisa ed improvvida di giustizia, che evitare l’insorgere di nuove inefficienze ed avviare un corretto funzionamento del sistema. E’ più facile, del resto, sciogliere i nodi contorti con la spada, piuttosto che farlo con pazienza e perizia, ma non sempre, anzi quasi mai, le soluzioni più facili si rivelano essere quelle migliori. |
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